La mamma, cattolica praticante, scelse per me, quando ero bambina, una maestra che stimava molto, ma atea e comunista. E lei, in quarta elementare, decise di aderire a una sperimentazione che avrebbe portato all’integrazione di quelli che allora si chiamavano handicappati nelle classi normali. La nostra numerosa classe si trasferì, pertanto, in un edificio poco distante, in una scuola speciale dagli spazi ben attrezzati e dai locali enormi e luminosi.
Il primo giorno di scuola la maestra della classe accanto ci fa visita con i suoi quattro, cinque ragazzi. Serena, cerebrolesa, avrà la mia stessa età, qualche chilo di più. Si dirige verso di me, mi afferra per i capelli e mi butta giù per terra. Le presentazioni proseguono: c’è Giovanni che si muove a fatica, ma ha l’intelligenza per capire che il papà lo maltratta e racconta, si lamenta. Ci sono gli altri.
Ma il primo impatto mi sconvolge ancora e così alla prima pausa cerco la ragazzina che mi ha spaventato … o è lei che cerca me? Ricordo solo di aver passato vari intervalli di quell’anno scolastico passeggiando con Serena in braccio: il suo era solo un bisogno di tenerezza.
Nei giorni successivi tornano di nuovo. Resterebbero lì con noi, ma non si riesce a far lezione, così le attività in comune si ripetono solo in alcuni momenti della mattinata. Studiare insieme sarebbe un torto per entrambi: per noi che ci annoieremmo ad aspettarli; per loro che non riuscirebbero a seguirci perché hanno bisogno di tempi e metodologie personalizzate. Ma si sentono felici lo stesso, perché siamo lì, tutti insieme.
E le maestre, chissà come, riescono ad armonizzare ogni cosa senza bisogno di circolari, leggi, direttive ad hoc…