Carissima Belle, carissima Aurora,
in questa notte speciale voglio farvi gli auguri raccontandovi alcune emozioni provate da bambina per la Veglia pasquale.
Passavo il sabato a pulire il braciere per renderlo spendente e poi correvo a portarlo in Chiesa: il trionfo della Luce iniziava appunto dai carboni ardenti da cui si accendeva il Cero Pasquale (che simboleggia Cristo): poi da esso tutti accendevano la propria candelina. In una di quelle notti alla mia amica, troppo china sul libro dei canti, prese fuoco una ciocca di capelli. La spense subito, ma io ero già pronta a versarle addosso l’acqua benedetta della grande conca di rame. A volte capitava di stonare un salmo, di sbagliare una tonalità provata per giorni e giorni. Ridevamo di queste piccole avventure che facevano da contrasto alla solennità della Festa. Ma non erano una sbavatura. Erano il nostro modo di esserci.
C’era il dolore del Venerdì, c’era il silenzio del Sabato. Un silenzio che ancora oggi è l’incertezza del futuro, è l’assenza di conferme, è un tempo buio di attesa, non si sa bene di cosa.
La Pasqua, esplosione di vita e di luce, era ogni volta la Festa di chi aveva finalmente sconfitto la morte. Non ricordo le uova di cioccolato, i regali, i pranzi. Ricordo solo l’incanto di quella notte che continua a celebrare nei secoli qualcosa che possiamo accettare o negare, ma non riusciamo a spiegare.
Un mistero di gioia.
Buona Pasqua dalla vostra mamma